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Un inedito di Amélie Nothomb!

Quando ero piccola, pronunciare la parola aspirina equivaleva a bestemmiare. In campo medico, mia madre aveva delle teorie, o piuttosto una religione: tutti noi fummo allevati nel culto dell'omeopatia, anzi più esattamente di un omeopata di cui non posso fare il nome, l'esoterismo della setta me lo impedisce. Lo chiameremo Mister X. Lui viveva a Bruxelles e noi a Pechino, la qual cosa rendeva i suoi insegnamenti assai più distanti e sacri. E anche assai meno pratici: negli anni Sessanta i fax non esistevano, e quando noi ci buscavamo qualche malanno la mamma doveva scrivere una lettera a Mister X, intanto ci vietava di prendere qualunque rimedio prima che a giro di posta il responso del guru arrivasse, accompagnato dalle pillole salvifiche. Il più delle volte la posta aveva tardato tanto che nel frattempo la natura aveva già provveduto a guarirci.
Mio fratello, mia sorella e io avevamo capito che le sofferenze più terribili non avevano alcuna rilevanza. L'unico delitto sarebbe stato quello di prendere un rimedio allopatico, cioè estraneo all'omeopatia. L'aspirina era allopatica, e dunque satanica. Ero nell'età in cui credevo a tutto quello che mia madre mi diceva: quando avevo la febbre sarei morta piuttosto che buttar giù una pasticca demoniaca. Avevo uno spaventoso mal di testa? Niente di drammatico. Il dolore prima o poi sarebbe scomparso, ma se invece rinnegavo la religione assumendo dell'acido acetilsalicilico, l'orrore del peccato non si sarebbe mai cancellato dalla mia coscienza.
E così raggiunsi l'età adulta senza aver mai provato nemmeno un'aspirina, né d'altronde nessun'altra sostanza allopatica. Poi lasciai i miei genitori e presi casa a Bruxelles.
Una delle prime raccomandazioni di mia madre fu di fissare un appuntamento con Mister X in carne e ossa, cosa che devotamente feci, come il musulmano che si reca alla Mecca. Il guru belga si degnò di ricevere la diciassettenne giovanetta che aveva curato da quando era venuta al mondo. E io scoprii, non senza terrore, che Mister X aveva l'aspetto di uno zombie sadico. Mi interrogò sulle mie abitudini e scoprì che bevevo parecchio tè: se ne adontò e me lo proibì. Io non dissi niente ma pensai che fra il tè cinese e Mister X la scelta era presto fatta. Non vidi più Mister X, senza tuttavia cadere nell'eresia, che sarebbe consistita nello scegliere un altro medico. Avevo solo deciso di fare a meno di qualunque forma di medicina, cosa a cui la lentezza della posta internazionale mi aveva già abituato.
Molto tempo dopo, mentre ero ospite a casa di un'amica, mi buscai uno dei miei innumerevoli malanni. La cara amica mi portò un'aspirina. Io la guardai come si guarda l'Anticristo e gridai che non avrei mai inghiottito la sostanza di Belzebù. Lei considerò le mie abiure una conseguenza della febbre e fece sciogliere la compressa in un bicchier d'acqua, che mi costrinse a bere. Ebbi l'affascinante impressione di assorbire il male in persona: scoprii per la prima volta le sue seduzioni, il suo gusto aspro e amaro che mi colmò di delizie. Pochi sapori mi hanno altrettanto conquistato. Poco dopo un dolce torpore s'impadronì di me e sprofondai in un sonno benefico. Quando mi svegliai, dieci ore più tardi, mi sentivo bene come non mai.
Da allora si può dire che io sia una neofita dell'aspirina. La amo di una passione infinita quasi a recuperare il tempo perduto, ancora oggi non posso prenderne una senza avere l'impressione di far finta di essere malata per il gusto di prenderla. E poiché da allora ho scoperto l'etimologia di ''salicilico'' non posso guardare un salice senza vedere in lui un malefico alleato, l'albero della trasgressione, e mi domando se il melo del giardino dell'Eden non fosse un salice, piangente da tutti i suoi rami il rimedio sacro per i dolori imposti dall'Eterno.

Amélie Nothomb
(traduzione di Daniela Di Sora)